Facciamo chiarezza sul whistleblowing

Una settimana fa il Parlamento approvava la legge sul whistleblowing. L’avete letto e sentito ovunque, insieme a commenti più o meno positivi e visioni entusiastiche o apocalittiche di quello che ne sarebbe stato il giorno dopo.

Passata l’euforia dei festeggiamenti, però è il caso di fare chiarezza su alcuni punti. In molti infatti ci avete scritto per capire meglio cosa sia cambiato con l’approvazione del testo di legge e su diversi giornali abbiamo letto notizie che potrebbero sviare la comprensione dei fatti. Non da ultima quella del primo licenziamento di un dipendente del Comune di Roma in applicazione del whistleblowing. Anche se la legge – come tutte – entrerà in vigore 15 giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Perché una parola inglese per definire la legge?

Prima di tutto va chiarito che la legge non si chiama “whistleblowing” ma “disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”. Nome che chiarisce di cosa si tratta ma di difficile sintesi. Il whistleblowing è un istituto anglosassone difficilmente traducibile nella nostra lingua con una sola parola e questo soprattutto per questioni culturali.

Il povero whistleblower viene infatti additato come “spione” (quando gli va bene), ma è in realtà il lavoratore che, nello svolgere le sue mansioni, si trova a scoprire un illecito e lo segnala internamente all’ente presso cui lavora o alle autorità competenti. Questa dovrebbe essere una pratica civica, riconosciuta dalla società come positiva, perché in fondo il whistleblower svolge un ruolo di interesse pubblico. Permette infatti di far emergere per tempo il reato, dando alle autorità la possibilità di intervenire tempestivamente. Il whistleblowing quindi non è altro che l’insieme delle regole volte a incentivare e tutelare chi segnala.

Tradurlo in italiano, come avrete capito, resta un compito arduo e sicuramente resta più importante tutelare nei fatti chi segnala piuttosto che trovargli un nome semplice da pronunciare.

Questa legge favorisce la calunnia?

Non possiamo saperlo. Quello che è certo è che da nessuna parte nella legge si incentiva un tale comportamento e di sicuro il reato di calunnia non è stato cancellato dal nostro codice penale (art. 368). I fatti segnalati infatti devono essere supportati da prove concrete. La segnalazione, prima di sfociare in una vera e propria indagine viene valutata. 

La legge specifica che le tutele non valgono in caso di condanna per calunnia o diffamazione. In ogni caso, la segnalazione serve solo per allertare l’ente o l’istituzione che dovrà poi verificare e approfondire le informazioni ricevute.

A chi segnalare ora?

Bisogna distinguere due realtà: il settore pubblico e quello privato. Se il whistleblower è un lavoratore del settore pubblico può segnalare sia internamente che a regolatori (ANAC), sia alle autorità e in tutti i casi godrà delle tutele previste dalla legge. Se invece il whistleblower è un lavoratore del settore privato, potrà essere tutelato solo se segnala internamente, nelle modalità previste dai modelli organizzativi dell’ente.

Per saperne di più…
Il testo completo della legge
Punti positivi e punti negativi della legge

 

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