Commento del presidente Virginio Carnevali all’articolo di Sabino Cassese (CdS, 13/12/2017)

Lettera inviata al Direttore Luciano Fontana, a commento dell’articolo dal titolo  “Misurare la corruzione serve per studiare interventi mirati” pubblicata oggi 12 dicembre 2017 in prima pagina sul Corriere della Sera

Egregio direttore,

Ho letto attentamente l’articolo pubblicato oggi in prima pagina, a firma di Sabino Cassese, dal titolo “Misurare la corruzione serve per studiare interventi mirati”.

Le conclusioni del ragionamento, citate già in premessa dell’articolo, per cui l’Italia, secondo i dati “fondati su una rilevazione ufficiale e sicura”, sarebbe uno dei Paesi meno corrotti d’Europa, mi lasciano infatti molto perplesso.

Siamo ben consci che la percezione può essere deviata da diversi fattori esterni, ma allo stesso tempo dobbiamo rilevare come al momento non siano stati pubblicati indicatori più attendibili del CPI di Transparency International.

Inoltre, se siamo tutti d’accordo sul fatto che la stima della corruzione italiana di 60 miliardi all’anno, citata anche da Cassese, sia una “bufala”, fatto già acclarato da qualche anno (vedi articolo di De Luca per Il Post del 3 febbraio 2014 che ne ripercorre la storia), non posso però dirmi d’accordo su molti degli altri giudizi espressi nell’articolo.

Innanzitutto, non è corretto raffrontare un indicatore come il CPI, che si basa sulla percezione di uomini d’affari e investitori internazionali (per approfondire la metodologia:  https://www.transparency.it/wp-content/uploads/2017/01/FAQ.pdf) con i dati esperienziali raccolti da ISTAT a fronte di interviste con “comuni” cittadini. Lo stesso vale anche per l’Eurobarometro, citato da Cassese solo parzialmente, perché se è pur vero la percentuale dei cittadini dichiara di essere incappato personalmente in un caso di corruzione è relativamente bassa, è anche vero però che il 97% degli intervistati ritiene la corruzione in Italia molto diffusa.

Non è che l’esperienza del comune cittadino conti meno, ma, come è facilmente intuibile, si vanno a “misurare” due fenomeni che poco hanno in comune: la grande corruzione (grand corruption) da una parte, la piccola corruzione (petty corruption) dall’altra.

Come ci racconta la cronaca – quasi quotidiana – e come soprattutto evidenzia ogni anno la Corte dei Conti nelle sue relazioni, l’Italia soffre di un problema di corruzione particolarmente diffusa nel settore degli appalti e delle grandi opere. Difficile pensare che un cittadino possa fare esperienza diretta di corruzione in questi settori, che coinvolgono pochi soggetti e generalmente di alto livello, tra ente appaltante e imprese che partecipano alla gara. Il libro recentemente pubblicato da Serena Uccello e Piergiorgio Baita “Corruzione – Un testimone racconta il sistema del malaffare” spiega proprio le dinamiche di questo tipo di corruzione, evidenziando come sia difficile per il cittadino accorgersi del malaffare, se non quando l’opera rimane… incompiuta, come nel caso qui narrato del Mose, oppure quando qualcuno viene arrestato.

Sulla stessa falsariga il libro autobiografico di recente pubblicazione “Ho visto cose. Tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico” pone in primo piano la facilità con cui i meccanismi corruttivi vengono posti in essere negli appalti pubblici, lasciando all’oscuro cittadinanza e enti di controllo, almeno finché il bubbone – ad esempio in questo caso la gestione dei rifiuti – non esplode davanti agli occhi di tutti.

Mi permetto quindi di scriverle, esprimendo il mio rammarico per questa minimizzazione della corruzione, tra l’altro alla vigilia di un’importante tornata elettorale, che può creare confusione in un Paese che già fatica a instradarsi sui percorsi dell’etica pubblica e della legalità.

Infine, sono spiacente anche per come viene descritto l’importante passaggio legislativo che ha portato finalmente, anche grazie allo sforzo della nostra associazione, all’introduzione di tutele per chi segnala i reati di corruzione. I cosiddetti whistleblower, che lei paragona agli “informatori” dell’antica repubblica veneziana, la cui confidenzialità e non l’anonimato viene garantita per legge, non sono altro che cittadini che si espongono personalmente per difendere il bene comune, quell’interesse collettivo che troppo poco viene tenuto in considerazione nel nostro Paese.

Il mio augurio è che gli italiani, che come detto sopra per il 97% ritengono il proprio Paese molto corrotto, siano portati a cambiare idea non per via di una più ottimistica “comunicazione” da parte dei media e delle istituzioni, ma per una decisa inversione di rotta da parte di tutti gli attori politici ed economici, improntata all’etica e alla responsabilità.

 

Milano, 13/12/2018

Virginio Carnevali

Presidente di Transparency International Italia

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