Andrea Boscaro
Divulgatore esperto di Intelligenza artificiale - Partner The Vortexdi Andrea Boscaro
Divulgatore esperto di Intelligenza artificiale
Partner The Vortex
Dallo scorso dicembre, mese in cui l’Australia ha introdotto il divieto di accedere ai social network più diffusi ai minori di 16 anni, tentativi analoghi sono stati intrapresi in molti Paesi: in particolare Francia, Spagna e Portogallo, pur in uno stadio del processo legislativo differente, stanno regolamentando in modo più restrittivo l’uso delle piattaforme e tentando di superare l’attuale soglia posta, anche in Italia, a 13 anni. Al contempo, la Commissione europea sta lavorando a soluzioni tecnologiche comuni basate su sistemi di “age verification”, precondizione perché ogni norma possa risultare efficace.
Questi interventi non sono un segnale politico nei confronti delle Big Tech statunitensi, ma sono il risultato di un accumulo di evidenze scientifiche e casi giudiziari che rendono la regolazione della presenza dei minori online una delle sfide più complesse per il diritto e per l’industry digitale nel suo complesso.
L’Australia rappresenta oggi il laboratorio più avanzato per analizzare gli effetti del provvedimento. Con l’Online Safety Amendment Act approvato nel novembre 2024 ed entrato in vigore nel dicembre 2025, il Paese ha vietato l’accesso ai social network agli under 16 senza eccezioni, imponendo obblighi stringenti alle piattaforme e sanzioni rilevanti in caso di inadempienza. Il modello australiano è particolarmente significativo perché non prevede deroghe nemmeno, come accade in Portogallo, con il consenso dei genitori, configurando di fatto una responsabilità diretta delle piattaforme. Tuttavia, i primi mesi di applicazione hanno mostrato i limiti di questo approccio: una quota rilevante di minori continua ad accedere ai servizi aggirando i controlli e le autorità hanno avviato indagini su operatori come Meta, Google e TikTok per insufficiente vigilanza. L’età online, infatti, è una variabile facilmente falsificabile, e i sistemi basati su autodichiarazione si sono dimostrati inefficaci. Peraltro è nel frattempo cresciuto l’accesso a piattaforme escluse dalla norma come Roblox e, effetto dai contorni significativi, ai chatbot basati sull’Intelligenza Artificiale.
In Europa, il dibattito è più frammentato. La Francia ha già dato un primo via libera a una legge che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni, mentre la Spagna ha adottato una posizione più radicale, annunciando un divieto sotto i 16 anni sul modello australiano, accompagnato da obblighi stringenti di verifica dell’età per le piattaforme. A livello europeo, il Parlamento ha chiesto esplicitamente l’introduzione di una soglia minima a 16 anni e sta riscuotendo sia un certo consenso politico che un supporto popolare come dimostrano i sondaggi che registrano livelli asuperiori al 70%. Permane anche in questo caso lo scetticismo in merito all’efficacia di tali misure soprattutto in assenza di strumenti tecnici affidabili.
Le ragioni di questa accelerazione normativa risiedono in un insieme di evidenze sempre più consolidate anche se non definitive. Studi pubblicati su riviste scientifiche come The Lancet così come altre ricerche accademiche indicano una correlazione significativa tra uso intensivo dei social media e aumento di disturbi come ansia, depressione e comportamenti autolesivi tra gli adolescenti. A queste ricerche si aggiunge la crescente pressione giudiziaria negli Stati Uniti, dove Meta e Google sono stati coinvolti in procedimenti che hanno riconosciuto, almeno in parte, la responsabilità delle piattaforme nella progettazione di ambienti digitali potenzialmente dannosi per i minori: non si discute dunque più solo di moderazione dei contenuti, ma di responsabilità sistemica nella progettazione dei servizi.
Il nodo critico resta tuttavia quello della verifica dell’età. L’esperienza australiana dimostra che in assenza di un sistema di age verification efficace, le norme rischiano di essere facilmente aggirabili. Del resto, soluzioni alternative all’autodichiarazione come le tecnologie biometriche pongono evidenti implicazioni in termini di privacy e sicurezza dei dati. La proposta della Commissione Europea, il cosiddetto “Age Verification Blueprint”, prevede l’uso di identità digitali e meccanismi di “selective disclosure”, in grado di certificare il requisito anagrafico senza rivelare ulteriori informazioni personali.
La tecnologia che si intende adottare è l’attestazione crittografica: secondo questa proposta, l’identità verrebbe inizialmente verificata da un soggetto terzo affidabile (es. un fornitore di servizi Internet), che genera un token crittografico contenente solo l’attributo necessario (es. essere maggiori di 16 anni); quando l’utente accede a una piattaforma, trasmette questo token e non i propri dati, permettendo al servizio di verificarne la validità senza conoscere l’identità completa. Questo approccio riduce i rischi legati alla sicurezza e alla conservazione dei dati e risponde al principio di minimizzazione del GDPR.
Resta tuttavia una questione di fondo. L’Unione europea ha costruito negli ultimi anni una posizione di leadership normativa, dal GDPR al Digital Services Act, proponendo standard elevati in materia di tutela dei diritti digitali. Come dimostra il caso della verifica dell’età, però, la produzione di norme non è sufficiente se non è accompagnata dalla capacità di creare le condizioni operative per la loro applicazione: in assenza di questi elementi, il rischio è che la leadership regolatoria resti formale, mentre l’efficacia sostanziale delle norme rimane limitata. La sfida non è dunque solo definire nuove soglie di accesso, ma costruire un ecosistema in cui tali soglie possano essere realmente rispettate.
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